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La (prima) regista italiana, di cui restano tre film su sessanta

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Francesco Muscariello

10/21/20263 min read

Elvira Notari

Tra il 1906 e il 1930 Elvira Notari ha diretto sessanta lungometraggi e più di cento tra corti e documentari.

Oggi ne restano tre, conservati alla Cineteca Nazionale di Roma, più qualche frammento.

Tutto il resto è sparito.

La modista che comprò una macchina da presa

Elvira Coda nasce a Salerno il 10 febbraio 1875 e si trasferisce presto a Napoli con la famiglia. Il primo mestiere è quello di modista: cappelli.

Nel 1906 fonda con il marito Nicola Notari la Dora Film. Lui è l’operatore, lei è tutto il resto.

E qui conviene fermarsi su cosa significhi “tutto il resto”, perché è la parte che di solito si riassume con la parola regista.

Elvira scrive i soggetti e le sceneggiature. Dirige. Segue la produzione dall’inizio alla fine. Cura la distribuzione. Gestisce una scuola di recitazione. Nel frattempo manda avanti un’impresa familiare in cui recitano parenti e amici, il figlio fa l’attore e la nonna colora a mano le pellicole, fotogramma per fotogramma.

Nel 1912 esce Guerra italo-turca tra scugnizzi napoletani, girato nel quartiere Stella. È il film con cui comincia a prendere forma la sua idea di cinema.

Gennariello

Il figlio Eduardo, nato nel 1903, recita in quasi tutti i film della madre con il nome di Gennariello. Comincia a nove anni, nel 1912, ed è considerato uno dei primi attori bambini professionisti in Italia.

Non è un dettaglio di colore. Dice come funzionava la Dora Film: una bottega, non uno studio. La stessa struttura delle botteghe artigiane napoletane, applicata a una tecnologia che allora aveva vent’anni.

Napoli com’era davvero

I film di Elvira Notari raccontano la città che le sta intorno: i vicoli, la povertà, le passioni, i delitti, le donne. Gira per strada, con gente del posto, usando il dialetto nelle didascalie.

Decenni prima che qualcuno lo chiamasse neo-realismo, lei faceva già quello.

Il pubblico la segue. I suoi film arrivano in tutta Italia e poi attraversano l’oceano: nasce la Dora Film of America, con sede sulla Settima Avenue a New York, e le comunità italoamericane riempiono le sale per vedere la città che avevano lasciato.

Una regista napoletana che esporta Napoli in America, negli anni Venti, partendo da una bottega di famiglia.

Due censure

La prima censura è quella legale, che le taglia le passioni e la crudezza. Elvira aggira, rigira, rimonta e continua.

Poi arriva il fascismo, e il problema diventa strutturale. Il regime non tollera il dialetto, non vuole la pazzia, non vuole il suicidio, non vuole una Napoli povera e disordinata mentre costruisce l’immagine di un’Italia in ordine.

Nel 1930 la Commissione di Censura decreta la fine della Dora Film, liquidandola come un’ingiuria per chi cerca di elevarsi.

Nello stesso periodo arriva il sonoro, e con esso un’industria cinematografica fatta di capitali, studi e gerarchie, che con l’artigianato pionieristico non ha più niente a che fare. Quella industria, mentre si struttura, espelle progressivamente le donne dalla produzione.

Elvira si ritira a Cava de’ Tirreni, dove muore il 17 dicembre 1946.

La parte che fa più impressione

Qui la storia smette di somigliare a tante altre.

Perché una cosa è essere dimenticati, un’altra è essere cancellati. I film di Elvira Notari non sono finiti in un magazzino ad aspettare la riscoperta: sono stati fatti sparire quasi tutti.

Di sessanta lungometraggi ne abbiamo tre. Di oltre cento documentari, frammenti.

Non possiamo discutere la sua opera, perché la sua opera in gran parte non esiste più. Possiamo solo discutere le tre pellicole che qualcuno, da qualche parte, non ha distrutto.

Cosa ci lascia

Nel febbraio del 2025 è caduto il centocinquantesimo anniversario della sua nascita, e il nome ha ricominciato a circolare, anche grazie agli studi che negli ultimi trent’anni l’hanno riportata alla luce.

Ma la riscoperta ha un limite preciso, ed è materiale.

Si può restituire un nome a qualcuno. Non si possono restituire cinquantasette film.

Francesco Muscariello

di Francesco Muscariello

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