Cos’è realmente il Made in Italy

L’eredità che abbiamo messo a rischio

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Francesco Muscariello

10/18/20263 min read

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Cos'è realmente il Made in Italy

Una borsa di un grande marchio arriva in vetrina a 1.200 euro.

Secondo le testimonianze raccolte tra i terzisti toscani, chi la cuce ne riceve 25.

Non è un dato ufficiale, è il racconto di chi lavora in fondo alla filiera. Ma basta a far capire come funziona davvero l’etichetta più famosa d’Italia.

Chi produce il lusso italiano

Partiamo da una cosa che quasi nessuno sa: i grandi marchi del lusso non hanno fabbriche sufficienti a coprire la propria domanda. Non le hanno mai avute.

Per questo si affidano ai terzisti: piccole imprese che lavorano su commissione, ognuna specializzata in una fase precisa. C’è chi cuce, chi assembla, chi tinge, chi rifinisce.

Il marchio manda i modelli, spesso i materiali, e specifiche tecniche molto rigide. Il terzista ci mette lo stabilimento, gli operai e il mestiere.

Alla fine sulla borsa compare un nome solo. Ed è quello di chi non l’ha fatta.

Perché il sistema conviene

Per i brand questo modello è perfetto.

Nessun impianto da mantenere quando le vendite calano. Nessun dipendente da gestire. Costi di produzione bassi e possibilità di aumentare o ridurre i volumi da un mese all’altro.

Per i terzisti, invece, significa dipendere quasi del tutto da pochi committenti. E quando dipendi da pochi committenti, il prezzo non lo fai tu.

I numeri di una crisi

Nei primi tre quadrimestri del 2024 hanno chiuso oltre duemila aziende tra abbigliamento, tessile e pelletteria. È il peggior risultato di tutti i comparti produttivi italiani.

Nei primi otto mesi del 2025 la produzione del settore è scesa del 6,6%. Nello stesso periodo la manifattura italiana nel suo complesso perdeva l’1,4%.

Cinque volte tanto. Non è la crisi generale: è una crisi che colpisce qui.

Nelle Marche hanno chiuso 700 aziende, in Toscana 304. In Emilia-Romagna, nel solo terzo trimestre del 2025, le cessazioni del comparto sono state 67, di cui 63 artigiane: un’impresa ogni giorno e mezzo.

Cosa ha trovato la Procura

Il 4 dicembre la Procura di Milano ha chiesto documenti a tredici grandi marchi.

203 i lavoratori trovati in condizioni di sfruttamento nei laboratori di alcuni subfornitori. Dal 2024 a oggi, più di quindici brand italiani sono stati convocati, indagati o commissariati per non aver controllato la propria catena di fornitura.

Ma il dettaglio più interessante emerso dalle indagini è un altro: molte aziende non avevano i dati. Le lavorazioni affidate all’esterno restavano fuori da qualunque registro.

Non sapevano chi stesse cucendo i loro prodotti.

Succede perché a volte il terzista è a sua volta una scatola vuota, che riaffida il lavoro a laboratori più piccoli. E più scende la catena, più le condizioni peggiorano e i controlli diventano difficili.

La promessa che si svuota

Qui arriva il punto che riguarda chiunque lavori con i marchi.

Un prodotto di lusso non vende un oggetto. Vende una promessa: qualità, tempo, mani capaci. È per questo che costa quanto costa.

Quella promessa è vera solo se in fondo alla filiera c’è davvero un artigiano pagato abbastanza da poterla mantenere.

Quando il compenso scende troppo, non è che il prodotto peggiori subito. Peggiora dopo. Peggiora quando chi sapeva farlo bene ha chiuso bottega e non ha insegnato il mestiere a nessuno.

Cosa servirebbe

A febbraio 2025 il governo ha stanziato 250 milioni per le aziende della moda. Serve, ma è un cerotto su una frattura.

Le cose che cambierebbero davvero il sistema sono meno comode da dire, perché costano: tempi di consegna compatibili con un costo del lavoro regolare, contratti che vietino i subappalti a catena, pagamenti anticipati ai terzisti che lavorano bene, tracciabilità che regga a un’ispezione vera.

Nessuna di queste è una campagna pubblicitaria.

Cosa ci lascia questa storia

Chiamiamo Made in Italy un’etichetta. Ma il Made in Italy non è mai stato un’etichetta: è un insieme di persone che sanno fare una cosa e la insegnano a qualcun altro.

Quando una bottega chiude, non si perde un’azienda. Si perde un insegnante.

E un mestiere che nessuno insegna più, dopo una generazione, non esiste più.

Francesco Pucci Muscariello

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