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Il mondo ha guardato nel posto sbagliato per 40 anni. Ora la risposta potrebbe arrivare dall'intestino
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Francesco Pucci Muscariello
5/7/20263 min read


Autismo
Il mondo ha guardato nel posto sbagliato per 40 anni. Ora la risposta potrebbe arrivare dall’intestino.
Di Francesco Pucci Muscariello
Per decenni il mondo ha cercato di comprendere l’autismo osservando quasi esclusivamente la genetica. Una strada importante, certamente, ma che da sola non è più sufficiente a spiegare quello che sta accadendo davanti ai nostri occhi.
I numeri parlano chiaro e fanno paura.
Quarant’anni fa si parlava di un caso di autismo ogni diecimila bambini. Oggi, secondo gli ultimi dati epidemiologici, siamo arrivati a un bambino su 36 negli Stati Uniti e uno su 41 in Europa. Una crescita troppo rapida per essere ignorata.
Troppo grande per essere spiegata soltanto dall’ereditarietà genetica.
E allora la domanda che la scienza internazionale comincia finalmente a porsi è semplice quanto sconvolgente: e se avessimo guardato nel posto sbagliato per tutti questi anni?
Oggi una delle ipotesi più serie, studiate e rivoluzionarie arriva dall’intestino. Sì, proprio dall’intestino, da quel mondo invisibile che ospita miliardi di batteri, virus e microrganismi chiamato microbioma intestinale.
Fino a pochi anni fa si pensava che il microbioma servisse soltanto alla digestione. Oggi sappiamo invece che influenza il sistema immunitario, l’infiammazione, il metabolismo e persino il cervello.
Esiste infatti un asse diretto cervello-intestino: una connessione biologica continua attraverso nervi, ormoni e sistema immunitario.
In pratica ciò che accade nell’intestino può influenzare anche lo sviluppo neurologico e il comportamento umano.
Ed è proprio su questa strada che si muove il progetto GEMMA, uno degli studi più importanti mai realizzati sul legame tra microbioma e autismo.
A guidarlo è il professor Alessio Fasano della Harvard Medical School, uno dei più grandi studiosi al mondo nel campo delle malattie autoimmuni e della permeabilità intestinale.
Il progetto ha coinvolto università e centri di ricerca internazionali per sette anni di lavoro, raccogliendo oltre 21mila campioni biologici di bambini considerati “a rischio”, cioè con fratelli o sorelle già affetti da autismo.
L’obiettivo era chiaro: capire perché alcuni bambini sviluppano l’autismo e altri no, pur partendo da condizioni genetiche simili
E i risultati preliminari stanno aprendo scenari enormi.
Gli studiosi hanno osservato che già tra i 3 e i 12 mesi di vita emergono differenze importanti nel microbioma intestinale dei bambini che successivamente svilupperanno autismo.
In particolare si assiste alla perdita di batteri “protettivi”, come i bifidobatteri presenti nel latte materno, e all’aumento di batteri associati a processi infiammatori, come alcuni Clostridi.
Successivamente aumenta anche la zonulina, una proteina che regola la permeabilità intestinale.
Quando questa barriera si altera, l’intestino diventa più “permeabile”, permettendo il passaggio di sostanze che possono attivare il sistema immunitario e creare un’infiammazione cronica che potrebbe arrivare fino al cervello.
È qui che la ricerca diventa straordinaria.
Perché se questi meccanismi verranno definitivamente confermati, l’autismo potrebbe non essere più individuato soltanto attraverso i comportamenti del bambino quando i sintomi sono già evidenti.
Si potrebbe arrivare molto prima.
Attraverso biomarcatori biologici precisi.
Attraverso l’analisi del microbioma.
Attraverso segnali misurabili.
In altre parole: prevenzione, diagnosi precoce e interventi personalizzati.
Attenzione però: parlare di microbioma non significa aver trovato “la cura” dell’autismo. Sarebbe scorretto, irresponsabile e profondamente ingiusto alimentare false speranze nelle famiglie che affrontano ogni giorno questa realtà.
Ma significa qualcosa di altrettanto importante: la scienza sta finalmente iniziando a comprendere che dietro l’autismo potrebbero esserci meccanismi biologici concreti, misurabili e modificabili.
E questa è già una rivoluzione.
Anche perché alcuni studi sperimentali, attraverso probiotici, simbiotici e perfino trapianti fecali, hanno mostrato miglioramenti nei sintomi gastrointestinali e in alcuni aspetti comportamentali dei bambini autistici.
La strada è ancora lunga. Serviranno anni di conferme scientifiche, ulteriori ricerche e grande prudenza.
Ma oggi, per la prima volta, il mondo sembra avere una direzione nuova da seguire. Perché forse l’autismo non nasce da una sola causa.
Forse è il risultato di genetica, ambiente, sistema immunitario e microbioma che si intrecciano tra loro nei primissimi mesi di vita. E forse la risposta che il mondo cercava da decenni era già dentro di noi.


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