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Emily Wilson e la traduzione che ha demolito il mito di Odisseo

STRAORDINARIORECENTE

5/8/20263 min read

Emily Rose Caroline Wilson, grecista e latinista britannica naturalizzata statunitense

di Francesco Pucci Muscariello

La traduzione che ha demolito il mito di Odisseo

Emily Wilson

Per quasi tremila anni abbiamo letto Odissea convinti di conoscere il suo protagonista. Odisseo era l’eroe dell’intelligenza, della strategia, dell’astuzia. L’uomo capace di salvarsi sempre grazie alla parola e all’inganno, simbolo stesso dell’ingegno umano contro il caos del mondo.

Eppure il primo indizio che raccontava qualcosa di diverso era presente fin dall’inizio del poema. Nella prima parola dedicata a lui.

Omero apre infatti l’opera con il termine greco “polýtropos”. Una parola antichissima, complessa, quasi impossibile da tradurre in modo definitivo. Per secoli le versioni moderne l’hanno trasformata in “astuto”, “versatile”, “ingegnoso”, “uomo dai molti talenti”.

Traduzioni diventate familiari perché capaci di costruire un Odisseo coerente con l’idea classica dell’eroe.

Poi, nel 2017, qualcosa cambia.

La classicista Emily Wilson, lavorando direttamente sul testo greco, sceglie una parola diversa: “complicato”.

Non sembra una rivoluzione. E invece lo è.

Perché “complicatonon esalta Odisseo. Non lo celebra. Non lo giustifica. Lo rende umano, ambiguo, difficile da definire. Improvvisamente il protagonista dell’epica occidentale non appare più soltanto come un uomo brillante e coraggioso, ma come una figura instabile, capace di mentire anche senza necessità, di manipolare, di cambiare identità continuamente. Wilson non costruisce un nuovo Odisseo. Semplicemente rimuove secoli di interpretazioni che avevano reso il personaggio più ordinato, più eroico, più accettabile.

Ed è proprio questo il punto più radicale del suo lavoro.

Per molto tempo abbiamo immaginato le traduzioni dei classici come operazioni neutrali, quasi invisibili. Come se il compito del traduttore fosse soltanto trasportare parole da una lingua all’altra. Ma ogni traduzione è anche una scelta culturale. Ogni parola decide cosa mostrare e cosa attenuare.

Nel caso dell’Odissea, molte di queste attenuazioni riguardavano soprattutto le figure femminili e i rapporti di potere.

Nel ritorno a Itaca, ad esempio, il testo greco utilizza il termine “dmôai” per indicare le donne della casa coinvolte con i pretendenti. La parola significa “schiave”. Non serve, non ancelle, non domestiche. Schiave.

Eppure numerose traduzioni moderne hanno preferito termini più morbidi, meno brutali, quasi capaci di nascondere la violenza sociale contenuta nella scena. Wilson decide invece di lasciare quella parola nella sua forma più diretta.

Il risultato cambia completamente il tono del racconto.

La scena non appare più come una semplice punizione morale all’interno dell’ordine domestico. Diventa l’esercizio di un potere assoluto su donne che non possiedono libertà, autonomia o possibilità di scelta.

La stessa operazione riguarda Calipso.

Per tradizione è stata raccontata come la donna innamorata di Odisseo, l’amante immortale che cerca di trattenerlo sull’isola. Ma tornando al testo greco emerge qualcosa di più inquieto. Odisseo non resta con lei per desiderio. È trattenuto contro la propria volontà. La permanenza assume il tono di una prigionia più che di una storia d’amore.

Ancora una volta non si tratta di riscrivere il poema, ma di eliminare i filtri accumulati nel tempo. Wilson insiste proprio su questo punto: il compito della traduzione non è rendere il testo più elegante, più morale o più vicino alla sensibilità moderna. È restituire ciò che il testo dice davvero, anche quando risulta scomodo.

Se il greco usa una parola dura, quella durezza deve restare. Se il testo non giudica, la traduzione non deve aggiungere giudizi. Se un personaggio è ambiguo, non deve diventare eroico soltanto perché la tradizione preferisce ricordarlo così.

La sua traduzione ha riaperto un dibattito enorme nel mondo accademico e letterario. Alcuni studiosi l’hanno accusata di leggere Omero attraverso categorie troppo contemporanee. Altri hanno sostenuto che proprio questa operazione abbia riportato alla luce aspetti presenti fin dall’origine ma progressivamente addolciti da secoli di interpretazioni.

Ed è forse questa la scoperta più interessante.

"I classici non cambiano.
Cambiano gli occhi con cui li leggiamo."

Per quasi tremila anni abbiamo creduto di conoscere Odisseo. Forse perché ogni epoca ha costruito il proprio. L’eroe perfetto, il navigatore geniale, il sovrano giusto, l’uomo del ritorno. Ma nel testo di Omero era sempre rimasto anche qualcos’altro: un uomo contraddittorio, irrequieto, difficile da amare fino in fondo.

Bastava tornare alla prima parola per accorgersene.